I Qanat della Biviera
di
Piero Leone
 

     L'approvvigionamento idrico di Bovalino (oggi Bovalino Superiore) oltre che dai pochi pozzi e dalle scarse sorgenti a flusso stagionale (come ad es. quella della "Rineglia" di contrada Ternicola), era garantito anche dalle cisterne per la raccolta delle acque piovane, il cui uso, però, era poco diffuso in quanto non garantivano le condizioni igieniche necessarie.
     Solo in età medievale si diffusero gli incatusati, lunghe canalizzazioni costituite da tubi di terracotta (catusi, dall’arabo al-qādūs)  e i qānat. 

     Lo sviluppo dell'agricoltura ebbe inizio con gli arabi che introdussero e/o diffusero diverse colture: cotone, canapa, sommacco, lino, piante da orto (zucche, cetrioli, melanzane, cocomeri, e meloni); piante arboree (cedri, aranci, limoni) e poi anche gelsi  (per l'allevamento del baco da seta), melograni, noci,mandorli, e carrubi.  
      Venne creato un adeguato sistema di raccolta, sollevamento e distribuzione delle acque per soddisfare sia il fabbisogno di acqua potabile per gli abitanti delle città e dei borghi rurali, sia per le necessità dell'allevamento del bestiame, e per uso irriguo.

     Fu introdotta la tecnologia per la captazione e adduzione delle falde freatiche più profonde. L'acqua della falda freatica veniva intercettata e convogliata, pure a distanze notevoli dal punto di rinvenimento, tramite lunghi cunicoli sotterranei segmentati da feritoie atte a raccogliere la scarsa acqua che andava a defluire poi  nei cunicoli (catusi) in leggera pendenza.
     Agli inizi del 1980,  uno di questi impianti di captazione più efficienti e meglio conservati del territorio comunale di Bovalino, a causa del dispregio del bene pubblico e  del totale disinteresse, uno di questi canali sotterranei, con tipologia costruttiva tipica dei qanat arabo-

persiani, venne tranciato da mezzi meccanici  adoperati per aprire una stradella che scendesse verso la valle del Soccorso, danneggiando irreparabilmente l'impianto di captazione delle acque di contrada Biviera nel suo punto più importante, cioè quello della confluenza dei tre cunicoli sotterranei che adducevano l'acqua all'antico abbevera-toio/lavatoio che per secoli aveva soddisfatto le esigenze di generazioni di bovalinesi. Nell'aprile del 1981 venni informato dal mio amico Gigi Zappia che in contrada Biviera, in seguito a un cedimento dell'antica 'trazzera' probabilmente causato dal transito di un mezzo cingolato, si era aperta una buca

 

profonda circa mt.2 mettendo in luce un cunicolo che si sviluppava in direzione dell'abbeveratoio. Convocai pertanto gli amici del Centro Studi e Ricerche Storiche, creato circa un anno prima con mia moglie Dora, Gianni Bova, Pina Gallo, Anna Costa, Sarino Cataldo, Fausto e Salvatore Costa, Aldo e Gianni Varano, Gigi Zappia.
    Si decise di fare una visita al luogo indicato per capire di che si trattasse. Insieme a Dora e a Pina Gallo ci dirigemmo alla Biviera con un fuoristrada messo a disposizione da Pina (dato che in quell'epoca la Biviera non era accessibile con le auto). Ci rendiamo subito conto che l'informazione è esatta:

iIspezionando superficialmente la buca si intravede un cunicolo che si sviluppa  da ovest verso est in direzione dell'abbeveratoio. Si notano i caratteristici fori di raccolta e convogliamento dell'acqua col sistema dei catusi. 
    Si decide di riunire i soci del CSRS per valutare il da farsi. Prima di ritornare, facciamo un sommario calcolo delle attrezzature che ci occorreranno per poterle esplorare  e chiediamo ad un signore che abita nei pressi il permesso di poterci connettere con un cavo alla sua linea elettrica.
    Il proprietario della casa rurale è felice di collaborare e ci offre della frutta e dell'acqua  fresca.  
     Il primo maggio 1981 insieme a Gianni Zappia (idraulico comunale), Sarino Cataldo, Gianni Bova e Fausto Costa, membri del Centro Studi e  Ricerche Storiche, effettuiamo un sopralluogo alla Biviera.
     Partiamo equipaggiati con due cavi elettrici da mt.100 ciascuno, vari attrezzi da scavo, due riflettori da 500W a pinza, un equipaggiamento fotografico professionale per ottenere sia foto che diapositive, messo a disposizione da Gianni Bova grande hobbista della fotografia.

Una scala a pioli ci viene messa a disposizione dal proprietario della casa rurale adiacente.
    Scesi attraverso la botola creatasi in prossimità della trazzera Biviera/Petto d'Adamo, non riusciamo a penetrare nel cunicolo di nord/est a causa del crollo della volta avvenuto qualche anno prima.
     Collocati cavi e riflettori iniziamo i rilievi fotografici del tratto che va verso est, cioè verso l'abbeveratoio, e anche qui  scopriamo che parte della volta è stata  manomessa poiché vi sono installati due motori di sollevamento adibiti all'irrigazione di orti circostanti. Facciamo inoltre tutti i rilievi fotografici della fontana, in veduta panoramica, prospettica e di alcuni particolari, come anche del punto di congiunzione del cunicolo di nord/est con quello di sud/est.

     Il cunicolo di sud/est è il più malridotto: in parte a causa di eventi naturali (pressione del terreno in direzione nord/est, che ne ha causato il restringimento), in parte a causa di una stradella rotabile che scende alla valle del Soccorso e per la quale è stato abbattuto parte del catuso senza  che ve ne fosse una reale necessità.    
    Occorrerà ripristinare l'ingresso al cunicolo di nord/est parallelamente alla trazzera Biviera/Petto , rimuovendo il materiale di frana, onde poter effettuare una ricognizione ed un rilievo fotografico. Pensiamo di darne comunicazione al Comune ed eventualmente provvedere a nostre spese alla rimozione dei detriti di frana, poiché siamo a

  conoscenza di  un fregio (a forma di uccello?) e di una iscrizione di difficile interpretazione che dovrebbero trovarsi a circa 15 mt. in direzione est.
     La scritta e il fregio furono osservati, nel corso di alcuni lavori di  pulizia e consolidamento, dal fontaniere comunale Giovanni Zappia, circa 20 anni prima (1960/61), il quale incuriosito andò a chiamare il nipote Peppe Vottari per mostrarglieli; detto nipote, studente allora del liceo classico, ritenne che si trattasse di una scritta in arabo, poiché pur conoscendo l'alfabeto  greco non riuscì a decifrare alcuna lettera.
     Nel tardo pomeriggio ho parlato col sindaco prospettandogli il lavoro che intendiamo portare avanti. In serata incontro anche Peppe Vottari che mi conferma la visita da lui effettuata circa venti anni prima, e mi dice che si tratta di un "fregio quasi rupestre", insomma di stile primitivo, raffigurante un uccello sormontato da segni di una scrittura indecifrabile. Ne parlo anche con Gigi Zappia. Pina Gallo offre ancora la sua collaborazione mettendo a disposizione oltre al mezzo di trasporto anche un operaio della impresa paterna per una giornata.
     Qualche giorno dopo ritorno alla Biviera con mia moglie Dora, Pina

 Gallo, Fausto Costa, Gianni Bova, Sarino Cataldo e il sig. Angileri operaio della ditta Gallo. All'attrezzatura portata in precedenza viene aggiunta una bussola e un altimetro.
     Dopo alcune ore impiegate per rimuovere i detriti che impedivano l'accesso al cunicolo di nord/est in direzione est, possiamo finalmente passare alla fase due: procediamo illuminando il cammino con due torce e fissiamo con piccoli cunei di legno i cavi elettrici alla parete; piazziamo  il primo riflettore a pinza dopo circa 10 metri al punto in cui il catuso comincia a snodarsi a sinistra, quindi sistemiamo il secondo riflettore circa 7 mt. più avanti, oltre il quale non è possibile proseguire.
    Qualcuno ha cercato di seguirci con molta prudenza per paura di eventuali  bisce o pipistrelli, e per loro tramite segnaliamo che si possono connettere i cavi alla presa di corrente. Lo spettacolo dei catusi illuminati si rivela subito interessante e denso di sorprese: nel'intonaco della parete di destra è incisa una data: 1765, data di una precedente opera di ripristino. Gianni si mette subito all'opera scattando molte foto.
     Non vediamo però ancora il fregio di cui si è tanto parlato. Ci spingiamo perciò fin dove è possibile e questa volta orientiamo il faro verso la parte inaccessibile perché molto stretta e per la paura di eventuali cedimenti. E finalmente il fregio tanto cercato ci appare e con esso tracce di una qualche scritta corrosa dal tempo e dall'umidità. Gianni scatta delle foto da lontano. Pensiamo di dare notizia del ritrovamento ma eventi successivi ci distoglieranno per diversi anni.

Conclusioni

     Non mi è stato possibile reperire alcuna fonte storica riguardante la fontana della Biviera. L'archivio storico del Comune è stato per molti anni ridotto ad una catasta informe di registri, schedari, brogliacci e fogli ammucchiati disordinatamente per terra in un pianterreno di una casa privata, preda della polvere, dell'umidità e dei ratti. Solo da qualche anno quel che restava è stato traslocato in altro edificio ed ivi depositato in stato di abbandono. La storia del proprio paese ripercorribile attraverso gli atti e i documenti della vita amministrativa non ha mai interessato né gli amministratori succedutisi nel corso dei decenni, né il cittadino bovalinese assolutamente disinteressato alla questione.
     Certo è che la Biviera  nel corso dei secoli e fino a tempi recenti fu un luogo molto frequentato, rappresentando l'unica fonte di approvvigionamento di acqua potabile per l'abitato di Bovalino. Si scendeva dalla collina ad attingere acqua sia a piedi che con gli asini che in tal modo oltre che ad essere adibiti al trasporto, avevano anche la possibilità di dissetarsi. Si andava alla Biviera anche per lavare la biancheria minuta (per curare la tela, il lino e lavare quella di grandi dimensioni era necessario recarsi alle fiumare). Il luogo era accessibile anche in periodo invernale, godendo il complesso di una copertura a botte che la proteggeva. Cercherò pertanto di far tesoro dell'unico dato certo (la data incisa sulla parete del catuso) per indagare per quel poco che è possibile sull'ambiente settecentesco bovalinese in relazione al manufatto oggetto del presente studio.
     In quel tempo il feudo di Bovalino apparteneva a Francesco Pescara Diano, duca della Saracena, duca di Calvizzano e duca di Bovalino, che l'aveva acquistato nel 1716. Egli abitò nel castello di Bovalino ed ivi fece testamento il 10.09.1719; morì tre giorni dopo e fu sepolto nella chiesa del convento di S. Maria del Gesù. La duchessa della Saracena, moglie del duca Francesco, nata Caracciolo, è ricordata per aver fatto dono alla chiesa madre di Bovalino di un prezioso reliquiario che ancora oggi si conserva.
     A Francesco successe nel 1720 il figlio Giovan Battista. Egli trovò Bovalino in pessime condizioni e cercò di favorire il ripopolamento del paese offrendo condizioni di vita più dignitose. Nel censimento dei 'fuochi', cioè dei nuclei abitativi, del 1790, Bovalino conterà solamente 1.390 abitanti.
     Possiamo pertanto affermare che il rifacimento dell'intonaco dei catusi e di altre opere di ripristino della Biviera siano stati  effettuati all'epoca del duca Giovan Battista, ma non è detto che il committente dei lavori sia stato il medesimo.
     La fontana della Biviera rappresenta la porta di ingresso  alla valle del Soccorso (che mutua il nome dalla omonima chiesa della quale affiorano ancora oggi le fondamenta); il fondo rurale risultava nel 1765 nelle disponibilità dell'abate Correale, arciprete di Siderno, non sappiamo se per donazione vescovile, usucapione o altro, dal momento che non risulta negli atti dei notai del tempo alcuna registra
zione di compravendita in tal senso.
    La data 1765 incisa sull'intonaco di uno dei catusi della Biviera può essere dunque riferita sia al possessore del feudo G. Battista Pescara Diano, come anche al possessore di fatto della valle del Soccorso abate Francesco Correale.
    Come in precedenza descritto, durante le ispezioni del quanat della Biviera sono state fatte molte fotografie, tra cui anche quella relativa al fregio con una iscrizione non decifrata. Il raccoglitore completo di tutto il corredo fotografico della Biviera fu successivamente consegnato a due soci del CSRS che volevano utilizzarlo per preparare la tesi di laurea ma andò smarrito. L'album è stato casualmente ritrovato incompleto nel 2012 e tra le foto non recuperate anche quella relativa alla antica iscrizione non decifrata.

Piero Leone, 31 agosto 2012